E’ notte. Tra poche ore parto anche io.
E penso a noi, lavoratori fuorisede.
Sono questi i giorni in cui prendiamo - un treno, di solito - e ce ne torniamo a casa.
Se abbiamo molta strada da fare, partiamo la mattina presto. Se ne abbiamo poca, partiamo verso sera. Ci possiamo impiegare un’ora e mezza, oppure sei. Per il nostro viaggio scegliamo un Eurostar nuovo fiammante, oppure l’Espresso Freccia dell Sud.
Mettiamo in valigia qualche regalo, un numero sufficiente di mutande, e qualcosa di carino da indossare a Natale - o alla Vigilia - con i parenti, oppure a Santo Stefano, per la passeggiata con gli amici. E’ una valigia difficile e seccante da comporre, e la facciamo la sera prima come ultima cosa prima di andare a dormire. La facciamo quando è tardi, stremati da una giornata di saluti, dopo le ultime telefonate, sicuri che ci non resti più nulla da fare se non fagotto.
Partiamo la mattina presto, oppure verso sera, e siamo stanchi. Ci sbattiamo in giro come degli zombie trascinando il trolley per la città deserta. Indossiamo occhiali da vista e le cose più brutte del nostro armadio. Ci abbandoniamo a un sonno ristoratore nella carrozza che ci porterà alla fine di questa strada, alla fine di questo anno. Il papà ci verrà a prendere in stazione, non ne siamo sicuri ma ci potremmo scommettere. I fratelli sono dispersi. Le sorelle a casa a truccarsi. Le zie in cucina. La mamma boh. Arriverà e ci caricherà di domande.
Entriamo, posiamo la valigia e abbiamo poca voglia di parlare, anche se ne abbiamo tanta. Ammiriamo l’albero, ammiriamo il presepe. Quand’è stata l’ultima volta che ci abbiamo messo mano? Eravamo bravi a disporre il muschio, quello sì, ce lo ricordiamo.
Ci buttiamo sul divano, ci facciamo imboccare, accendiamo SKY. Per quattro giorni l’abbonamento cinema sarà nostro. Le serie tv, David Letterman, le vecchie puntate di Sex&Thecity. Oppure un pornazzo, di notte, di nascosto, con l’orecchio teso a capire se si sta svegliando papà, col rischio che becchi un mega culo sul suo rispettabile televisore.
Oppure, ci attacchiamo al telefono. Col moroso, colla morosa, cogli amici lontani.
Oppure, ci sdraiamo a letto con un libro sulla panza e non ci alziamo più.
Oppure, ci sbattiamo in giro per parenti a dire cento volte le stesse cose. Sempre i soliti che partono a chiedere in cosa ci siamo laureati, e a momenti siamo alla pensione. Sempre i soliti che partono a chiedere quando ci sposiamo, e a momenti siamo in menopausa. Sempre i soliti che partono a fare i simpatici. Capelli bianchi, pance da gravidanza, rughe nuove, bambini urlanti.
Oppure, facciamo lo slalom tra i pensieri mentre ci inventiamo di tritare il prezzemolo o aiutare a cambiare una lampadina o ci offriamo di guidare la macchina fino al supermercato. Siamo adulti.
Salutiamo tutti quelli che sono venuti a vederci come bestie rare. Salutiamo, e non sappiamo cosa dire. Usciamo per le strade della (nostra) città, e ci perdiamo nel frastuono, tra le luci. Accompagniamo qualche parente per le vie del centro. Baldi giovani festeggiano con lo spritz. Poi verrà anche il nostro turno, coi pochi eletti, i fedelissimi, quelli che il decennio passato fuori casa non se li è portati via. Quelli che siamo stati bravi noi a tenerceli stretti.
Ci addormentiamo sul divano tutte le sante sere. Ci trasciniamo a letto tutte le sante notti. Una piazza è sempre troppo stretta per noi: siamo ormai abituati al matrimoniale, anche se dormiamo da soli come degli stronzi. Il letto di noi piccolini ci fa alzare col mal di schiena, ma non abbiamo tempo di pensarci. E’ Natale e bisogna fare tante cose. Caffè. Buono, quello sì.
Scrocchiamo la pay tv, scrocchiamo internet, scrocchiamo il telefono, scrocchiamo i pasti.
Vorremmo staccare la spina ma non ci riusciamo, mai.
Dopo due giorni ci siamo già annoiati.
Vorremmo tornare a casa. A quella cuccia puzzolente che a ben vedere fa schifo ma è quanto di meglio siamo stati capaci di fare. Qui non sappiamo cosa fare. Qui non è più nostro.
Prendiamo il treno il giorno prima del previsto, con una scusa. Sapete, abbiamo tante cosa da fare, a casa.
Non è vero.
Partiamo col treno della sera, la valigia gonfia dei regali della famiglia e degli avanzi del pranzo di Natale. Ricordiamoci di riportare i contenitori sottovuoto, quando sarà.
Appena saliti sul treno del ritorno, finalmente, possiamo ascoltare la nostra musica preferita. Osserviamo la condensa sul vetro del finestrino, e alle nostre narici sale la puzza di persone stipate in uno scompartimento. Alziamo lo sguardo verso il dirimpettaio, che è come noi.
Non ce la siamo goduta poi così tanto, neanche questa volta.
Sono passati solo venti minuti, e già ci manca casa.
A noi, Buon Natale.


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Tu scrivi bene. Ma davvero.
questo post è Perfetto. davvero. brava.
… dovessero trovarmi, dopo le feste, esanime colle vene dei polsi recise, vorrei che fossero queste le parole scritte sul biglietto d’addio (è il mio modo di dire che son parole che toccano)…
E’ un post molto bello, come sempre quando lei si guarda in giro guardandosi dentro. Ci sarebbero molte cose da dire, sa; la prima è che lei usa il “noi” rendendolo interscambiabile con l’”io”, perchè sa che quel “noi” non è così vero, e che ce ne sono tanti che invece tornano a casa davvero, perchè il posto dove vivono non è veramente casa loro. La seconda è che ciò che lei racconta vale - quando vale - a prescindere dal fatto di vivere lontani da quella che è diventata la propria casa. Lei sa che ho passato qualche giorno ospite dei miei; beh, le basterebbe cambiare qualche particolare, sostanzialmente irrilevante (lo spritz con gli amici, per dire), e avrebbe scritto di me, oltre che di se.
Buon Natale a te, tesoramia. :-*
Complimenti! Poche volte mi sono sentito un post così ben cucito addosso. I particolari non contano, il contesto è davvero troppo facilmente replicabile per tanti.
Buon Natale e buon ritorno!
magistrale racconto, un ritratto perfetto. tanti auguri cara, un abbraccio
buon natale a te Tengi!!
[...] Tornare a casa per le feste By corrado Bellissimo post della Tengi. [...]
E’ quasi tutto dannatamente vero. Che brava ad averlo scritto proprio così, per tutti.
In quel noi ci sono anch’io, mi son vista…
Tanti auguri.
Mi associo agii altri commenti.
Quante volte mi sono sentito così.
Un abbraccio Tengi.
da parte di una che da quasi una settimana sta in full immersion in questo circo ambulante che è la famiglia, cara mia, ti dico che hai fatto la cosa migliore. a capodanno in questa casa ne resterà solo uno. e sarà mia nonna highlander, che c’ha 90 anni e ci seppellirà tutti
sun
Non vale nemmeno la pena di ribadirlo, ‘ché lo hanno già detto in tanti. Un post magistrale. Scritto benissimo, racconta cose estremamente vere in cui si si ritrova perfettamente.
In un 31 dicembre molto produttivo in ufficio, seguendo i link della fla, ho trovato il mio primo blog dell’anno nuovo. Molto bello, davvero
ecco. non è ancora iniziato l’anno, e produco già spam.
Quando non si è né carne né pesce.
Ma ci sono anche le cose buone.
Buon Anno.
ti leggo solo ora, a molti mesi di distanza da natale, e a diversi km di distanza da casa dei miei genitori e dagli ormai pochi amici decennali che faccio anche fatica a cercare perchè “se ognuno ha la sua vita capisco se hai di meglio da fare che aspettare me”.
mi hai messo tristezza, la tristezza conseguenza della verità.
l’amaro in bocca di quando sai di aver letto una cosa vera, triste ma vera.
natale è passato, ma mi hai fatto ripiombare nella stessa angoscia, e nello stesso senso di colpa dei figli lontani coi genitori che invecchiano.
grazie del post, mi hai commosso…vado a chiamare mia madre.
Scrivo anch’io a diversi mesi di distanza dal post, che ho scoperto da poco e mi ha riportata ad anni della mia vita in cui non sapevo più dove fosse casa, mai comunque nel posto in cui mi trovavo. Facevo la valigia allo stesso identico modo. Indossavo il mio maglione da treno e gli occhiali da vista, dietro ai quali gli occhi si chiudevano non appena la carrozza iniziava a ondeggiare.
Ma non vale comunque fermarsi o ristabilirsi in quella che dovrebbe, ufficialmente, essere “casa”. Una volta partiti, si è partiti per sempre, anche se si ritorna. E questo ci fa sentire un po’ strani, ma è una stranezza piacevole, se sappiamo indossarla con la soddisfazione e la disinvoltura di un abito bello, forse un po’ eccentrico, che ci siamo inventati noi.