Guardo una foto del 2003. Una foto che non ritrae me.
E mi chiedo dove fossi, nel 2003.
L’altro giorno in metropolitana ho visto un signore. Pochi capelli, cappotto sdrucito, scarpe leggere nonostante la temperatura. A chi non sapeva, poteva sembrare una persona qualunque. Reggeva un sacchetto di plastica con dentro poche cose, e una cartelletta nera.
Ho riconosciuto subito il suo viso. Era uguale al viso dietro la scrivania di quell’ufficio al secondo piano. Dipartimento di Elettronica. Era l’anno 2003. Parlavamo, io e lui, della tesi di laurea. Non che me ne fregasse molto, ma lo dovevo fare.
Per me non era una persona qualunque. Ho abbassato lo sguardo per non incontrare il suo. Credo mi abbia riconosciuta.
Mi è appena arrivato un messaggio. Mi ha dato un pelo fastidio.
Per qualche motivo, che posso anche immaginare, chi lo ha scritto vorrebbe che tutto fosse uguale al 2003. Che tutti fossimo uguali. E domani c’è questo appuntamento. Non che me ne freghi molto, ma lo devo fare. Forse glielo dirò, con finto dispiacere, che nessuno è più uguale. Che si decidesse a lasciarmi stare. Che magari un giorno chissà.
Un mese fa un amico mi ha detto una cosa, e io ci sono rimasta male. Ci ho pensato su, a quello che ha detto. E non sono ancora sicura che abbia ragione lui. Io lo penso ancora, che nessuno è più uguale, e che forse è giusto lasciarsi un po’ perdere. E pazienza se non ci si rivede più. A volte è solo giusto, a volte invece ci salva.
Il professore di Elettronica Analogica raccoglie il sacchetto di plastica che per qualche istante ha appoggiato sul pavimento sporco della metropolitana. Ha uno sguardo vivo, ancora, come anni fa. Si volta verso le porte.
Le porte si aprono. Esce.


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figlia mia, tu stai male.