Archivio per la Categoria “Senza categoria”


- psst!
- … che c’è?
- hai sentito?
- no, cosa?
- se ne è andato!
- oddio, davvero?
- ma sì. non ci si crede…
- ODDIO! e me lo dici così?
- come te lo devo dire?
- ma come!
- beh, è passata una settimana ormai.
- una settimana? e me non lo ha detto nessuno!
- ce ne siamo fatti una ragione.
- siete delle merde.
- per quanto, ancora ci pensiamo.
- e ti credo. era un amico. una grande persona. mi mancherà. mi manca già. avrebbe già dovuto mancarmi, a dire il vero. ma non è colpa mia, l’ho saputo solo ora!
- cristo, ma non hai letto sui social network.
- era un po’ che non lo vedevo in linea in effetti.
- e ti credo: ci ha lasciato.
- cristo, non ci avevo nemmeno fatto caso. siamo in troppi. devo sfoltire, sennò non mi rendo conto di chi viene e di chi va.
- lui va.
- già.

[...]

- ma come è successo? voglio dire, è sparito di botto o ha lasciato la letterina?
- ha lasciato la letterina. le letterine.
- …. ma sai cosa? preferisco quelli che se ne vanno col botto
- io no
- ma sì. se decidi è perché hai deciso. tanto vale cogliere tutti di sorpresa.
- ma no. se decidi è perché hai deciso. se hai deciso devi dire perché.
- non mi frega del perché. che perché vuoi che sia, poi
- in effetti
- ha fatto piazza pulita o c’è ancora quel letto come lo ha lasciato lui?
- bruciato tutto.
- che palle.
- se ha deciso ha deciso, nessun rimpianto
- ma chi, lui???
- hi hi hi!

[...]

- i suoi calembour, la sua ironia, il suo essere. tutto, tutto mi manca, ora che lo so.
- e prima no?
- pensavo fosse in vacanza. pensavo fosse a divertirsi. l’ho anche odiato un po’.
- magari ci va adesso, in vacanza, adesso che può
- allora lo odierò
- già
- e noi siam qua
- e lui non si sa
- bastardo.

[...]

- e ora?
- toccherà telefonargli.
- perché?
- beh, per dimostrare che ci frega.
- solo se siamo veri amici
- io lo sono
- secondo me non vuole
- per chiedergli perché. oh, a me dispiace
- solito sentimentale
- io provo a scrivergli
- vai
- e se risponde, gli dico che mi dispiace
- ah, beh

[...]

- … tra l’altro, io non ho nemmeno il suo numero
- mandagli un messaggio su feiss… oh.
- una mail vorrai dire
- ma lascia stare. se vuole, ci cercherà lui
- speriamo si faccia vivo
- non credo: se ha chiuso ha chiuso
- ha chiuso con la rete, mica con noi
- e la rete chi è, secondo te?
- …
- vorrà essere lasciato in pace
- non ci vuole
- oppure… fa il prezioso
- dici???
- hai voglia. non aspetta altro.
- io provo a scrivergli.
- vai
- e se risponde…
- ci incazziamo!

[in loving memory of]

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Guardo una foto del 2003. Una foto che non ritrae me.
E mi chiedo dove fossi, nel 2003.
L’altro giorno in metropolitana ho visto un signore. Pochi capelli, cappotto sdrucito, scarpe leggere nonostante la temperatura. A chi non sapeva, poteva sembrare una persona qualunque. Reggeva un sacchetto di plastica con dentro poche cose, e una cartelletta nera.
Ho riconosciuto subito il suo viso. Era uguale al viso dietro la scrivania di quell’ufficio al secondo piano. Dipartimento di Elettronica. Era l’anno 2003.  Parlavamo, io e lui, della tesi di laurea. Non che me ne fregasse molto, ma lo dovevo fare.
Per me non era una persona qualunque. Ho abbassato lo sguardo per non incontrare il suo. Credo mi abbia riconosciuta.
Mi è appena arrivato un messaggio. Mi ha dato un pelo fastidio.
Per qualche motivo, che posso anche immaginare, chi lo ha scritto vorrebbe che tutto fosse uguale al 2003. Che tutti fossimo uguali. E domani c’è questo appuntamento. Non che me ne freghi molto, ma lo devo fare. Forse glielo dirò, con finto dispiacere, che nessuno è più uguale. Che si decidesse a lasciarmi stare. Che magari un giorno chissà.
Un mese fa un amico mi ha detto una cosa, e io ci sono rimasta male. Ci ho pensato su, a quello che ha detto. E non sono ancora sicura che abbia ragione lui. Io lo penso ancora, che nessuno è più uguale, e che forse è giusto lasciarsi un po’ perdere. E pazienza se non ci si rivede più.  A volte è solo giusto, a volte invece ci salva.

Il professore di Elettronica Analogica raccoglie il sacchetto di plastica che per qualche istante ha appoggiato sul pavimento sporco della metropolitana. Ha uno sguardo vivo, ancora, come anni fa. Si volta verso le porte.
Le porte si aprono. Esce.

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In corsivo i propositi datati 2 gennaio 2009. Accanto la verifica.

Chiudermi in casa, ma non prima di aver cambiato casa. Il che diventa: cambiare casa e poi chiudermici dentro. Fatto, ma non mi ci sono chiusa dentro. Solo certi venerdì.
Ascoltare più musica classica. Farsi il culo e studiare musica. In progress.
Bere di più, ma senza stare male. Come ogni sport, è questione di allenamento. Ho bevuto meno ma meglio. Guadagnato in tonicità.
In fondo, non vergognarsi di nulla. Ma se è d’uopo, far credere il contrario.
Vergognarsi non si è mai rivelato necessario. Da qui, nessuna vergogna.
Dato che pensare a stare bene non serve, allora pensare a stare male (ci si accogerà del fatto che tutto sommato si sta meglio di quanto avessimo mai potuto pensare). Ho pensato a stare bene, non è stato così difficile. Sono stata bene.
Non cambiare lavoro. Non cambiare città. Non cambiare amicizie. Fatto, fatto, e fatto.
Procurarsi una claque, che qualcunque stronzata si faccia sia sempre pronta ad applaudire. La mia claque sono stata io.
Non fare più sesso, a meno che non si tratti di una cazzata fatta tanto per fare. Quindi, elaborare simpatiche teorie di fenomenologia sociale di cui bullarsi con gli amici. E se un briciolo di tristezza fa capolino, confidarsi con un amico solo. Indi riderne, ridere delle proprie debolezze, e buttarla in vacca. Andare a dormire sereni, e un pizzico imbarazzati. Non fatto di non farlo più, non fatte troppe cazzate. Nessuna simpatica teoria, non mi vengono bene. Sì ho dormito serena, grazie.
Essere bravi a far incazzare le persone. Non ne ho avuto motivo.
Lavorare con diligenza. Oh sì (come vedete sono stata ben attenta a non scrivere “ottenere un aumento”).
Pensare che siamo tutti nella stessa barca.
Non lo siamo, ma davvero non importa.
Di nuovo, non fare più sesso, a meno che non si sia sicuri che non ne nasca niente. E se ne nasce qualcosa di buono, concludere che non è il caso di andare avanti. E se non ne nasce nulla, sperare sempre che ne nasca qualcosa di buono, così, tanto per riempire con qualche pensiero romantico le serate in cui non si sa che fare. La lotta contro i mulini a vento mi affascina sempre. Ma non ho avuto tempo di fare pensieri romantici.
Non piangere più (questo non è un buon proposito, è che davvero non piango più). Beh, questo non aveva proprio senso.
Accettare nuove richieste di amicizia (reale). Rifiutare nuove richieste di amicizia (virtuale). Sì, sì.
Dire sempre di sì, e prendere tempo. Quindi capire cosa si vuole davvero. Se sì significa sì, proseguire allo schema successivo. Se sì significa no, battere in ritirata. Fatto. E alla fine non mi sono mai tirata indietro.
Non sentirsi mai obbligati a dare spiegazioni, neanche a se stessi.  Fatto.
Avere più attenzione verso le persone che sinora si è deciso per qualche ragione di snobbare, scegliendole a caso. Questo non è un buon proposito, è semplicemente una roulette russa. Quindi contare quante di loro aveva un senso snobbare, e quante no. Constatare la schiacciante vittoria del primo punteggio sul secondo. Eliminato molti preconcetti. Scoperto cose interessanti. Non ci sono vinti, né perdenti.
Farla pagare a qualcuno. Me ne sono dimenticata.
Essere ingiusti con gli altri ma soprattutto con se stessi. Eh no, cara mia.
Farsi conoscere nell’intimo da poche e selezionate persone. Come sempre, del resto.
Rivolgere incondizionata ammirazione verso pochissime persone, dalle due alle quattro. Se sono di più, capire di avere un problema e risolverlo. Rivisto completamente i criteri per l’ammirazione. Alla ricerca di nuovi modelli.
Non mettersi a dieta. Non comprare completini sexy. Non tagliarsi i capelli.
Dieta sì, completini uno, capelli a posto. Non farsi altri piercing né tatuaggi. Non seguire la moda. Depilarsi con coscienza. Fatto tutto.

Quando meno gli altri se lo aspettano, essere sorprendentemente sfacciati e generosi. Sfacciati non mi è riuscito. Generosa sì.

Provare un po’ tutti i pretendenti che dovessero affacciarsi all’uscio senza praticare selezioni. Non dire mai quello che si pensa. Chiudere tutte le storie senza offrire motivazioni, ma affrontando la cosa nel modo più veloce e naturale, ovvero scappando. Se proprio non si riesce a scappare, restare diffidenti a lungo. Sono rimasta diffidente verso persone del passato. Incondizionata fiducia nei confronti di chi conosco appena.
Covare del confortante rancore. Confortante.
Perdere tutto finché non si ha più niente. Se rimane ancora qualcosa di quel niente, perdere anche quello. Se rimane ancora qualcosina di quel qualcosa, perdere anche quello. Lasciar passare un mese, e rendersi conto che in realtà si è ancora pieni di cose. Lavorare su quelle.  Still working.
Essere pavidi, essere vili. Non ne ho avuto l’occasione.
Considerare la paura come inevitabile compagna di viaggio. Farci amicizia, offrirle un caffè. Chiederle consiglio. Quindi seguire il consiglio. Fatto. Ma non ho seguito il consiglio.
Non sperare mai in nessun premio. Fatto.
Non fare l’agnello in mezzo ai lupi.
Fatto.

Se credessi nei buoni propositi direi: dimenticare molte cose. Ma è impossibile dimenticare da un giorno all’altro, e così dirò: non pensarci. Il segreto è: andare a dormire quando si è troppo stanchi per rimuginare. Consiglio valido per chi non soffre di insonnia. Spesso capita però che certe cose scappino fuori ugualmente, nei sogni. Il segreto è: alzarsi abbastanza tardi da non aver tempo di rimuginare. Consiglio valido per chi deve correre in ufficio.

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2010 due mila e dieci

due mila e dieci
e dieci e mila
e due
e mila e dieci
e dieci
e due e mila
e dieci
e mila e due
e due
e mille e più mila - di dieci
e dieci e più dieci - di mila

e dici e ridici
- e non dici poi male -
ma dici e poi ciccia
dici dici e poi non cicci
se dieci ne dici alla fine pasticci
tanto vale dir nulla
e uscir cogli amici

mila mila bella la pila
mila mila ne voglio di più
dieci su dodici lavoro in Perù
la pila non so ma la ciccia ce l’ho

quand’era la lira
col buon dieci mila
cinemino d’essay
e tra quei due ciccini
ci scappavan bacini
mo che c’è l’euro
col mitico deca
ci paghi un negroni
e vai fuori dai maroni

dell’anno che viene
son dodici i mesi
del lustro presente
i giorni duemila
da prendere al volo
per dire “son figo”
scappassero almeno
come i pesci dal retino
come dal cucchiaio il budino
invece stan lì a dirti “ciao ciao”
ci passi, li sfiori
manco il tempo che dici
me li son fatti amici
manco il tempo che dici
ho contato fino a dieci.

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nell’universo della mia pazzia
ho una nuova teoria
che se una volta al mese mi sento triste
è un fatto femminile
non questione di testa
allora penso che esattamente al venti del mese
passerà
e già mi sento già meglio

nel rovescio della mia vita ora c’è
una nuova debolezza
chiamare amore un amore qualunque a cui di me non gliene frega niente
e non mi scoppia il cuore non mi gira la testa
solo penso che
al venti del prossimo mese anche lui passerà

la gente vola
pensa che è toccato a una donna di settant’anni
dirmi che l’amore vola
e che di questi tempi non atterra qui
perciò chiama amore un amore qualunque di cui non ti interessa niente
fatti cercare quanto vuoi essere cercata
e al venti del mese vola

ora che tutto mi basta
mi lascio stupire da chi si stupisce di come sono io
mi lascio portare
ti penso una volta al mese
è solo un fatto femminile
per questo il venti del mese passerà
finché posso andare dove mi pare
e pensare che nonostante te
il mio amore vola

Grazie a Guia per una canzone che non conoscevo

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dicevo.
riprendere in mano il blog è un po’ come riprendere in mano la tua vita.
no, questo è un paragone esagerato.
infatti è più vero questo: che quando senti l’impulso di riprendere in mano la tua vita allora ecco che ti viene ti riprendere in mano il blog. magari per buttarlo nel cesso, o anche no.
o forse è ancora più vero questo: che nel momento in cui per qualche ragione riprendi in mano il blog non puoi fare a meno di alzare la testa dal monitor e constatare che è quello il momento in cui stai riprendendo in mano la tua vita.

qualunque cosa significhi, volevo tornare all’idea principale che mi ha spinto a scrivere due post uno in fila all’altro dopo un mese di stupendo silenzio.

dicesi: tornare single.
significasi: avere un sacco di tempo libero.
ecco perché riprendi in mano il blog!

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Sono arrivata su questo blog cercando “pezzidufficio” su Google. Anzi, prima ho cercato “pezzidufficio”, e poi “pezzi” - staccato - “dufficio”. Niente di strano, se non fosse che questo blog è mio.

Una volta entrata grazie alla password memorizzata, ho trovato due bozze. Una dal titolo “faccio schifo” e l’altra dal titolo “tapinastra”. Robetta divertente, anche se non sembra.

Il fatto è che sono cambiate molte cose e io mica lo so se internet faccia ancora al caso mio. Lo fa ancora, nel senso che come tutti voi bazzico sui socialcosi, mi tengo in contatto con gli amici senza farne una malattia, mi informo senza alcun intento enciclopedico, e se mi gira mi fotografo un dito del piede e lo posto, così, per vedere l’effetto che fa.

Ma il blog. Il blog boh. Il blobboh. Il blobblò. Si metta agli atti che non riesco a parlarne con serietà. Ma lui è lì. Ha una bacheca di comando che fa paura, un sacco di cosine carine come il reply ai commenti (ho replicato a un commento di una settimana fa a un post di sei mesi fa, per dire la potenza dello strumento), un template affamato di aggiornamenti, caratteri dolci che riposano la vista.

Lo guardo e lo contemplo ma non so che farci. Un po’ come il french alle unghie. Mi dona, mi piace trovarmelo davanti, ma dopodiché punto.

Avevo pensato di scrivere qualcosa sui single di ritorno, e devo dire che avevo anche avuto una serie di idee fichissime, tipo trenta solo il primo giorno. Poi venti il secondo giorno, poi dieci, poi basta. Non ne ho scritta nemmeno una. E ora sono qui che non so sentirmi ancora single, perché non mi balla più in testa nessuna idea da single che sia ottima per un post.
Forse sono già fidanzata e non lo so.

Allo stesso modo non mi ballano più in testa stranee idee sulla tristezza mattutina di quando arrivo al lavoro, o idee di fastidio su quello che fanno o non fanno i colleghi, o idee di noia, o di idee di voglia di torta. Forse non sono più triste, forse non sono più insofferente, forse non mi annoio e forse non ho fame.
Ovvero forse sono felice, forse mi diverto, forse sono magra, e non lo so.

Il blog è vuoto.

Però che diamine, qui comando io. Adesso torno a casa, mi ingolfo di plumcake, metto su una musica triste, guardo un po’ di vecchie foto, tiro giù le tapparelle e passo in rassegna tutti gli avatar dei colleghi.

Qualcosa dovrà succedere.

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(ci hanno fatto il mazzo)
(però è bello quando ti fanno il mazzo)

Appunti della serata di mercoledì 10 dicembre:

eravamo in pochi
(qualche defezione)
io entusiasta come una pupattola
per un attimo il terrore di essere l’unica della sezione
poi grazie a dio ne arrivano altre
scendiamo col pianista al piano terra
sedie, spartiti, foglietti
parte lo studio
ci fa il mazzo
ci fa il mazzo sottolineato
io avevo studiato si e no le note in fretta e furia
(scusi signora maestra mi ero preparata per la Nona, questa non la so tanto bene)
e il pianista batte il chiodo su
a le note
b la pronuncia (due maroni)
c il tempo
d lo stile
“no troppa voce, no troppo vibrato”
“note pulite”
(crisi nera: ma che cos’è una nota, in fondo? )
minchia
però bello e utile
(tedesco lingua di merda, mi scusassero gli affezionati)
fate sentire le finali!
URZ!
SCTET!
TTT!
“cantate sulle vocali” (minchia ma è pieno di consonanti!!!)
cantare sul fiato (e vabbè, ci si prova)
il popolo si scogliona, io resisito (principiante allo sbaraglio) 

Intermezzo Ridolini:
“adesso attacchiamo alla misura 457, sul levare”
(e dove cazzo è. ah, si, eccolo)
“ok ragazze: ùn, d..”
“Laaaaaaaaa”
“NO! Seguite me. ùn, due”
“Laaaaaaaaa”
“NO! Questo la è calante. Di nuovo. ùn, due”
“Laaaaaaaaaa”
“NO! come è possibile che facciate tre note diverse?”
(come è possibile, cazzo, come è possibile? rumoreggiano gli spalti)
“Fatemi il La uno alla volta, inizia tu”
“Luuuaaaaaaaaaa”
“Mmm, ok, però centrala subito”
“Laaaaaaaaaaa”
“Mh, ok. Adesso tu”
“Laaa”
“Sì ma fammi sentire che è due quarti”
“Laaaa-aaaa”
“ok adesso tu”
“LAAAAAAAAAAAAA”
“eh, ma che è?”
“Skusi, io no riesce piano, io come deve fare, no posibile”
“Piano, sul fiato, basta poca voce”
“LAAAAAAAAAAAAA”
(eh, mamma mia. Rumoreggiano le veterane)
[glissando]

fatta discreta figura.
scoperto che i coristi a cantare in pochi si sentono nudi.
scoperto che cantare in coro è bello.
scoperto che il tedesco non mi riesce bene.
pianista gentile, mi ha dato uno strappo a casa
“ciao, bella”
cosa avrà voluto dire?
si attendono sviluppi

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Anche quest’anno partecipo alla lodevole iniziativa del Sir Squonk “Post sotto l’Albero”.
Potete scaricare il pdf con i post della blogosfera natalizia a questo indirizzo qui.

Il mio racconto si intitola “Il merdoledì dell’amico” (no, non è un refuso) e inizia così:

E arrivò quel giorno, quello in cui anche il tizio dall’accento torinese le chiese se potevano essere amici. Per nulla sorpresa, lei rispose di no.

Non è proprio il caso.

Poteva essere un Natale sereno. Ma lui le aveva chiesto se potevano essere amici, e glielo aveva chiesto mercoledì 24 dicembre, e questo pensiero la fece alzare con la luna storta. Ma sarebbe stata una bella giornata, comunque.

Infilò le ciabatte e preparò il caffè con gli occhi quasi chiusi. Mentre lo beveva, controllò lo stato di depilazione delle gambe. Brutta storia. Ma tanto, chi la doveva vedere. Alzò lo sguardo e vide il gatto che sonnecchiava sulla poltrona in salotto. Si avvicinò piano, strisciando i piedi. Quando gli fu a mezzo metro, alzò le braccia e batté forte le mani. Lo osservò alzarsi di scatto, volare giù dalla poltrona, scivolare a più riprese sul marmo lucido, come fanno nei cartoni animati, e schizzare via con la gobba alta. Ridacchiò accendendosi una sigaretta. [continua...]

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Lo sapevate? 
L’utilizzo costante e prolungato delle lenti a contatto fa sì che il didentro della palpebra (didentro è una parola da bambini, e mi fa ridere) diventi col tempo tutto rosso. Il didentro della vostra palpebra lo potete vedere rivoltando le palpebre, appunto (un compagnuccio delle medie lo faceva lasciando le palpebre rivoltate col didentro in vista, come le branchie di uno scorfano, e mi correva dietro per farmi paura. E io scappavo perché mi faceva paura e anche senso. Vabbè). Ma c’è di più. Se osservate al microscopio il didentro delle palpebre vessate dall’utilizzo prolungato delle lentine, potete notare che quella zona è tutta gibbosa. E’ una reazione allergica, niente di più, causata da un corpo estraneo che chi usa le lenti si ostina a tenere dentro l’occhio. Il mio oculista, una volta, dopo avermi fatta sedere, essersi avvicinato tanto che ne sentivo il fiato sul naso, e dopo avermi esaminato le palpebre, anzi il loro didentro, mi spiegò proprio questa cosa. E per farmi capire meglio, disse che quello che lui vedeva dal suo microscopico microscopio posato sulla mia fronte era un didentro malconcio, che anziché essere bello liscio come una strada asfaltata era tutto pieno di bozze, come l’acciottolato romano.

Insomma a me questa storia dell’acciottolato romano mi è rimasta impressa.
E così venerdì e sabato, quando me ne andavo in giro per il centro Roma, tenevo sempre lo sguardo fisso a terra. E pensavo che tutti quei cubetti, sassetti, ciottolini irregolari, io ce li avevo dentro gli occhi.

Ecco io del BarCamp mi sento di dire questo. Per me è la cosa più importante.
Non se ne abbiano a male le persone con cui ho parlato, e che sono tutte simpatiche e meritevoli, tutti quelli che mi hanno detto Ah ma c’eri anche tu, ai suonatori un po’ malati ai balordi come me, a chi non sono mai piaciuta, a chi piace la mia voce, a chi trova che  non si accordi con la mia faccia (e mi trova d’accordo), a tutti loro comunque dico Ciao. E’ stato bello e un po’ difficile, anche se era solo un Camp. A chi mi ha fatto compagnia in un momento particolare dico grazie (odio frasi del genere, ma c’è un altro modo per dirlo? grazie è gratitudine, momento particolare è quando non ci stai dentro, compagnia è stare vicini, e questa frase è noiosa. Punto, a capo).

Ecco io non posso parlare del Camp perché io Camp non l’ho proprio visto. Al Camp ho passato due pause pranzo, interventi manco a parlarne, mais socialité oui bien sûr, un petit peu. E comunque anche la socialità è impegnativa, soprattutto se hai in corpo un bicchiere che fa quindici gradi di leggerezza e mezzo schianto di pesantezza. Per questo, non ne parlo. Perché son stata sempre un po’ fuori, che quando ero lì volevo essere là e quando ero là volevo non volevo proprio essere (voglio dire, se proprio volete leggere il personale punto di vista di Tengi in tema di socialità, andate a leggere quello che ho scritto sulla BlogFest. Quello sì che era carino e originale).
Oh insomma, sarà perché quando tutti indicano il Camp lo stolto guarda il sampietrino, ma io non ce l’ho fatta proprio, e vogliate scusarmi.

E anche tutto questo lo scrivo solo perché qui di fianco ho qualcosa come una dozzina di bozze che aspettano solo di essere pubblicate - ma non lo sanno che non saranno mai pubblicate, poverine. Però oggi Giuro, mi sono detta, Lo giuro su Dio che questa bozza la pubblico, che queste quattro righe saranno finalizzate.

Per questo faccio finta di scrivere del Camp e in realtà scrivo dei fatti miei. Perché io il Camp non l’ho visto, e come avrei potuto, se negli occhi avevo l ‘acciottolato di roma e camminavo a testa bassa. E tutte queste, vedete, son cose che ci procuriamo da soli, perché ci costringiamo a tenere un corpo estraneo dove non dovrebbe stare e nonostante tutte le avvisaglie di rigetto ci possano essere non possiamo proprio farne a meno, perché la speranza è di non arrivare mai al punto di dovervi rinunciare per forza.
E chi lo può sapere come va a finire, intanto si cammina a testa bassa.

Per cui vogliate scusarmi se non ho parlato del Camp.
(Non sopporto chi chiede scusa, ma tanto credo di averlo già detto)

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